ogni ciocca dei miei capelli misura trentotto centimetri.
il cinquanta per cento della mia testa è stata punta dai raggi del sole e si è imbiondita. avere la testa bionda a metà, si nota solo se prendi tra le mani una ciocca e la sciogli dalle altre e un po’ la accarezzi e la sfogli alla maniera di una fisarmonica, mi fa sentire come il famoso bicchiere che da secoli non si capisce se è mezzo pieno o mezzo vuoto. da molto meno tempo, circa sei minuti, io invece mi chiedo se sono mezza bionda. di quale cinquanta per cento sono fatta. se sono rosa o spina, bugia o candela, se impugno il manico o la lama.
se tutta questa libertà invece di fruttare, fluttua.
se la distanza allunga le apparenze e se questo significa che per me che non ho lo spirito santo e non posso effettivamente vivere tutte le vite che ho vissuto finora tutte insieme e tutte di un fiato ma non voglio nemmeno abbandonarle, non ci riesco, e mi rendo conto che quelle vite che ho lasciato adesso in un certo senso appartengono a qualcun altro anche se le indossa male come male mi stanno queste ciocche assolate anche se non si notano da vicino, bisogno farci caso. se anche a me bisogna farci caso che c’è gente che pensa che sono in una città mentre sono in un’altra e quelli che sono nella città dove effettivamente sono pensano sempre che sono in quell’altra città dove quell’altra persona pensa che io sia. se sono sempre al cinquanta per cento. se poi va a finire che le ciocche bionde, con il tempo e l’inverno, diventano sempre più sottili e devi farci sempre più attenzione per notarle e per non dimenticare che ci sono.
cp
l’amore per gli animali non conosce confini. una volta, all’università con me, c’era un tizio che possedeva una anaconda, perché faceva un sacco garcia marquez. a suo dire.
l’altra sera ho fatto un'uscita a coppie, come si dice, e l’unica scoppiata ero io e questo c'era da immaginarselo. insieme a una coppia di amici miei, è uscita con noi una loro amica che era in coppia con il suo cocker che ha quattro nomi.
la padroncina la chiama carlotta, perché è fondamentalmente femmina e questo è il suo nome; il fratello della padroncina la chiama corona perché petty è fondamentale vanitosa come un uomo; la madre della padroncina la chiama cana perché dice che così si dice cane al femminile e il padre della padroncina non la chiama in nessun modo perché è l’unico che la porta al bagno sotto casa e quindi per fare questo basta un fischio e la cockerina quadrinomica arriva.
(il quarto nome gliel'ho dato io che la chiamo petty, perché è il primo nome che mi è venuto quando mi ha leccato l’alluce fresco di smalto.)
petty è molto bella, anche perché una volta alla settimana va dal toelettatore che le alliscia i riccioli sul corpo e le fa i boccoli sulle orecchie e le fa lo zampicure, così non graffia.
petty ha un sacco di residenze. ha una dimora fissa, di velluto, dentro casa accanto al letto della sua padroncina, una villetta con terrazzino per sgambarsi d’estate, una stuoia per andare al mare e una casa mobile con cui la padroncina le fa girare il mondo. petty è stata in spagna, in francia, in canada, in grecia, in egitto, in marocco. anche se ha detto, la padroncina, che petty non ama la barca, preferisce la campagna.
petty non ha un cane di fidanzato. è fidanzata con la padroncina che dice che è meglio così, sennò poi si deprime, non si è capito se il soggetto è petty o la sua padroncina, come è successo a lei, la padroncina, che dopo tanti anni di onorato servizio prematrimoniale, lui ha sposato un’altra.
quando petty è malata, anche la sua padroncina si ammala. invece quando la sua padroncina è malata, petty corre felice per la casa, scappa in cortile e secondo la sua padroncina va alla caccia di cani maschi, nonostante l’intervento che l’ha resa la vestale di casa.
petty in casa fa il calendario. la sua padroncina le ha regalato un servizio fotografico di dodici pose per festeggiare il suo compleanno. suo della padroncina.
la foto in cui sta meglio secondo la padroncina, che l’altra sera mi ha mostrato il calendario di petty che ha nel cellulare per mandare mms di auguri o di bei pensieri agli amici, è dicembre. petty ha dei campanellini in testa e un cappotto tartan di cashemere che è costato più del mio, ma in effetti il mio è misto cashemere e non è tartan come vorrebbe la moda quest’anno, e quindi è anche giusto così.
invece a me petty piace a ottobre. sta benissimo. ha una pashmina originale rosa uguale identica a quella che indossa la sua padroncina che nella foto la abbraccia e tutte e due sono sdraiate su un puff di pelle damascato con le rifiniture in oro zecchino. ma la padroncina non è stata d'accordo con me e mi ha detto che chi non ha un cane non può capire. e così io ho annuito e petty ha abbaiato. e non abbiamo più parlato di cani ma di televisione perchè è una cosa di cui tutti possono parlare perchè tutti ce l'hanno, anche se poi la padroncina non ha resistito e ci ha detto che il programma preferito di petty è la pubblicità e allora io mi sono giocata l'asso nella manica, per quanto ancora una manica piuttosto corta, e ho detto che è lo stesso programma che adoro io.
se incontrate un cane più bello del padrone, si vu ple: adottatelo. il cane, non il padrone.
cp
è il periodo del rientro, il rientro del suono della propria coscienza.
in ogni dove si lamentano di essere tornati al lavoro che sia precario o indeterminato, che sia full o part time, che sia fisso o fesso. non si parla d'altro se non di quanto sia stressante riprendersi dalle vacanze, lo svuotino esistenziale legalizzato.
(perfino i mezzibusti tv, con la pelle di pollo allo spiedo, sembra che lancino bestemmie e non i servizi giornalistici. e per inciso, quanti sentivano la mancanza della buonamici, di giorgino e di fede si possono contare sulle dita della mano di una cavalletta.)
nel mio piccolo, questa settimana, ho azzardato una smorfia di noia pensando a quei pochi lavoretti che mi aspettavano al ritorno dalle vacanze.
non ho fatto in tempo a sbuffare e a darmi arie da lavoratrice navigata e da graduata sottopagata e da casalinga annoiata che si lamenta sempre perché la polvere è come la noia si posa dove meno te l’aspetti, insomma volevo rientrare nell’agenda setting mondiale, e devo anche ammettere che mi piacevo davanti allo specchio a ripetere come un mantra: che noia! che noia! lavorare!, ma la mia psicotica omologazione è durata meno di uno sbadiglio.
lunedì mi arriva la mail di bentornata nel tuo mondo cp! e, non ti illudere, che per ora non confluirà nei luoghi comuni. anche se ti sforzi non si avvera.
uno dei tre lavoretti che compio saltuariamente è deceduto. è morto così, all’improvviso. certo non godeva di buona salute. è nato senza grandi speranze di lunga vita, gli avevano dato sì e no due o tre anni al massimo. non ce l'ha fatta. è morto dopo appena sei mesi. di questi tempi, d'altronde, la vita dei lavoretti si è ridotta parecchio.
certo, come si dice in questi casi, si poteva fare di più per salvarlo. tipo interessarsi, sottolineare che magari, anche se in modo precario, c’è chi si affida a certe speranze professionali e stava già accennando una crisi da lavoratrice compulsiva per sentirsi meno sola in mezzo alla massa di gente in preda al panico da rientro.
c’è chi è stanco di piratare il lavoro, si poteva dire ad esempio.
ogni tanto vado a dare un clic di affetto alla cartella, che ora è diventata la bara, delle reliquie professionali e l’unica cosa che penso è che c’è ancora tanto, troppo spazio, a disposizione.
cp