tutte le streghe delle fiabe avevano le verruche sul mento e i capelli del colore che lascia l’olio dopo che friggi per ore le melanzane per la parmigiana da portare la domenica al mare. la strega della mia infanzia era la signora Maria, la maestra del catechismo. perfida, quando davanti a tutta la classe mi derideva perché mio padre si rifiutava di prendere il corpo di cristo alla vigilia della mia prima volta in comunione divina. diceva che io e mia madre dovevamo pregare più forte degli altri per chiedere perdono per mio padre che era un comunista. (ora è lui che prega per se stesso, perché è stato comunista. ma questo non conta.)
mio padre aveva una certezza riguardo l’educazione dei figli: niente catechismo finché non potranno decidere da soli. in pratica il progetto di mio padre era tenerci alla larga dai comandamenti divini, due sacre enciclopedie e una dozzina di sacramenti. tutto questo senza espatriare dall’Italia.
la mia vita sarebbe stata uno sballo senza falsi peccati (solo quelli veri!). lo sarebbe stata, se mio padre non si fosse scontrato contro il vessillo cattolico di famiglia: sua madre (mia nonna).
- mia nipote, casalinga precaria una scomunicata?
- casalinga precaria quando sarà grande potrà decidere con coscienza se prendere la comunione oppure no.
- ma cosa dirà la madre del suo fidanzato quando andrà a pranzo dalla sua famiglia? che casalinga precaria è una strega?
- casalinga precaria ha otto anni. cosa gliene frega del fidanzato? poi sai quanti ne troverà.
(le ultime parole famose)
mia nonna e mio padre alternarono liti furibonde a silenzi asciutti. intanto compivo gli anni.
nei silenzi, più che negli insulti, vedevo i loro rancori mai sepolti inseguire punizioni troppe severe. vedevo una madre davanti ad un figlio che vorrebbe cambiare al mercato delle pulci e un figlio che al mercato delle pulci non ha mai messo piede per paura di essere lasciato lì.
dopo anni, mia nonna mi iscrisse di nascosto al catechismo. mio padre si arrese come qualunque figlio davanti agli occhi lucidi di sua madre. iniziai così a frequentare le lezioni pomeridiane della signora Maria, al cui confronto la franzoni è un clown.
il giorno della mia comunione avevo tre anni, otto centimetri in altezza e trentuno in larghezza in più rispetto alla media dei miei compagni di catechismo. (ci fu chi mi chiese: dove è lo sposo?)
quel giorno mia nonna sedeva in prima fila con le rughe degli occhi umide. mio padre leggeva L’Unità su una panchina di legno nel giardino di fronte la chiesa. il muro di berlino era appena caduto, i cinesi avrebbero occupato piazza tien an men in meno di un mese.
io quando faccio il compleanno penso alla mia infanzia e quando penso alla mia infanzia penso che ci sono arrivata tardi. e mi viene da ridere un sacco e da ascoltare questa canzone qui che però parla di odio.
nella diligenza sudprovinciale che percuote l’hinterland extracittadino in pieno stile orecchiette e capocollo western, mi capitano solitamente poche cose.
due in particolare.
1. una nausea psicosomatica capace di rendermi terza a me stessa e inaccessibile agli abitanti temporanei della diligenza, perfino il controllore mi passa davanti senza obliterare il titolo di viaggio per non beccarsi lagnanze + fulmini + saette.
2. l’adozione di terno allotto.
terno allotto è un classico nerd over season. veste tutte le stagioni, tutte nello stesso modo. jeans, camicia in tessuto jeans, giubbotto in tessuto jeans, berretto in tessuto jeans, calze in tessuto jeans. anche i capelli, tagliati a punta di coltello, sembrano fatti con il jeans. tipo quei vecchi jeans che si usavano tra il 1990 e il 1992 e che chiamavamo delavè.
terno allotto ha un neo sulla tempia sinistra da cui spunta un gruzzoletto di peli antipanico (sono talmente folti che ti ci puoi attaccare in caso di frenata brusca della diligenza), gli occhi pachini e il sorriso acquerellato sulle labbra. fissarlo è confortevole, di rado. almeno per me che ho la stessa voglia di sorridere a terno allotto almeno quanto terno allotto ha voglia di sniffare la polvere ignifuga dentro l’estintore accanto al suo posto.
terno allotto è un esperto illusionista. se aspetto che lui si sieda per accomodarmi in un altro vagone, lui magicamente compare nel mio. quattro posti più in là. e inizia a spiare.
prima finge di parlare al telefonino, sporge la testolina bradipa e si assicura che accanto a me non ci sia nessuno. quando la testa si atrofizza per l’eccessiva inclinazione, terno allotto finge di rivolgersi al suo inesistente interlocutore telefonico e inizia l’aggancio.
nerd n. 33: hai da accendere?
cp: (lanciando un accendino con scritto west sul davanti) ecco. puoi tenerlo.
nerd n. 33: noooooo. non dirmi che anche tu lavori alla west?
cp: no. non lavoro. alla west.
nerd n. 33: fantastico, neanche io. che coincidenza!!!!Cometichiami?
a parte il fatto che chiedere un accendino in un posto dove non si può fumare è sintomo di due cose: o mi sottovaluta o si sopravvaluta, terno allotto scambia il mio gesto per un nullaosta all’unanimità e scala di un posto, più vicino. “così chiacchieriamo meglio”, dice.
il viaggio nella diligenza, prosegue con un bucolico question time su quale sia il periodo migliore per bruciare la legna, essiccare i pomodori, potare gli ulivi, mangiare gocce d’oro e andare a cena dal cinese. (vuole assolutamente portare me e/o le mie temporanee coinquiline di vagone a mangiare cinese, il perché non si sa).
gioca a scacchi con se stesso, fisicamente. le sue mosse e il suo vagabondare nella testa e nella vita delle persone che gli sono accanto sono un terno al lotto.
adottate terno allotto, è come giocare al monopoli vivente. con pochi imprevisti e zero possibilità.
cp
prendete l’elenco del telefono. fate scorrere l’indice su dieci indirizzi a caso, assicuratevi prima che al nome in elenco corrisponda un nucleo famigliare, evitate quindi i numeri intestati a donne. digitate il numero di telefono e, le statistiche cantano chiaro, otto di quei numeri corrisponderanno alla famiglia di un bamboccione.
bene, non state qui a perdere tempo a leggere queste didimate.
adottate un bamboccione.
il nerd n. 32 è il classico esempio del danno privato che si tramuta in beffa pubblica.
lui (o lei, a seconda) ha dai 30 anni in sue e vive ancora in famiglia perché ama sbaciucchiarsi sul divano con mamma e papà piuttosto che divorare a morsi la tipa con cui esce da mesi e con la quale non copula che lei, altra bambocciona, non vuole farlo in auto ma allora dove lo facciamo? aspettiamo che qualcuno di noi vada a vivere da solo. e i mesi passano, gli stage restano e le corna si quadruplicano.
adottate il bamboccione che vive in famiglia perché trova coinvolgente, dal punto di vista del masochismo spicciolo, fumare infilando la bocca in mezzo alle fessure delle persiane per evitare le rivendicazioni dei domini di casa che sono sempre ex fumatori e vogliono solo il meglio per il proprio figlioletto: tonno a filetti a cena e cerotti antifumo al posto della carta da parati.
adottate il nerd n. 32 prima di natale, altrimenti lo perderete. preso come sarà dalle paturnie culinarie della madre che da novembre inizia a fare le prove generali dei vari pranzi comandati e quando arriva la vigilia o capodanno il bamboccione ha ingurgitato, in quanto privilegiato tester di famiglia, talmente tante volte le stesse pietanze della festa che per lui mangiare sarà come guardare le partite o il tg: dipendenza coatta.
adottate quel presuntuoso di bamboccione che vive ancora con i suoi perché pretende uno stipendio, azzardo: fisso?, con cui pagare l’affitto, o attenzione questi sono i bamboccioni più pericolosi, pretende di poter aprire un mutuo e magari, che arroganza!, comprare casa (casa che potrà dire veramente sua all’età, anno più anno meno, di 60 anni. quando avrà finito di pagare il mutuo ma non potrà andare in pensione perché, probabilmente, lo avranno appena assunto)ma tutto questo lo stato non lo sa.
quale bamboccione lascerebbe le pietanze prelibate di mammà (i bamboccioni sono percentualmente superiori al sud dove si annidano tutti i difetti del paese da sempre, d’altronde la legge del gattopardo è una delle più rispettate in italia) o eviterebbe i sermoni paterni che iniziano tutti con “alla tua età” e finiscono sempre con “stavo meglio”?
sarà dura convincere il bamboccione a rinunciare a tutti questi privilegi, ma provate. date una lezione alle giovani arance meccaniche: adottate il bamboccione. fategli capire cosa significa essere indipendenti.
adottare un bamboccione di questi tempi fa notizia.
anche il ministro padania schiappa ha aderito alla campagna di adozione del nerd n. 32. non potendo adottare la sua prole, tristemente sistemata in una serie di appartamenti di famiglia anche per rassicurare i bamboccioni italioti che un’altra vita è possibile, il ministro adotterà a turno i bamboccioni più anziani: dagli insegnanti ai ricercatori, da vigili urbani agli ingegneri. chiaramente tutti i bamboccioni adottati dal ministro faranno lo straordinario nella ufficiale magione di costui e organizzeranno un b-day a favore dell’orgoglio bamboccione.
cp
è un periodo questo di anniversari mistificatori.
se incontro parenti, se parlo con conoscenti, se scrivo email agli amici spunta una ricorrenza da santificare.
deve essere per questo che l’ottanta per cento di me si è otturato geneticamente, volevo affrontare tutto in pieno stile finto cortese da regalo di Natale riciclato “toh! che sorpresa, farmi un regalo! proprio lo stesso regalo che ti ho fatto io l'anno scorso!”
a volte, rivedere gente che non vedo mai mi fa questo effetto qui.
invece.
tanti impegni di mondanità interrotta da un pezzo, hanno sortito un effetto placebo che mi ha procurato un’insospettabile accettazione del presente, stigmatizzando il passato.
ex, dunque sono è stato il claim di questa settimana in cui mi sono cimentata nell’ordine in : ex fidanzata, ex studentessa, ex stagista, ex compagna di classe, ex viveur, ex coinqua, ex migliore amica del mio ex migliore amico, ex amante, ex a me stessa.
son soddisfazioni.
è stato come vivere in una sfera di vetro di quelle che si mettono sui caminetti o sul televisore e, quando fanno un giro su stesse, l’interno si innaffia di neve posticcia o di stelle glitterate che pungolano le lacrime.
anche quando non si parlava di tutto quello che non c’è più, per non fare quelli che si parla a vanvera che di questi tempi non c’è tempo per esserlo, nei silenzi ho riacchiappato caterve di parole che avevo dimenticato, nelle smorfie claunesche di chi non si vede da tanto e non sa come nascondere l’imbarazzo e inizia a guardare nel vuoto o al di là, ho fotografato quelle facce che ho fatto solo rare volte. espressioni facciali che si materializzano solo di fronte a quelle di determinate persone e non altre. smorfie che per quanto mi sforzi, davanti allo specchio, non vengono fuori. non così belle. non da sole.
e allora forse essere ex, non significa essere finiti. implica un grado di responsabilità pari a quello di essere ancora in corsa, di avere un ruolo che anche se non è da sempre identico, lo sarà per sempre.
cp