ho dimenticato il mio sorriso nello specchio.
non l’ho buttato, sminuzzato, incarnito, declassato.
l’ho semplicemente dimenticato.
non ricordo quando. non lo so con precisione.
deve essere stato due o tre mesi fa, forse. quella mattina in cui la punta dell’unghia del mignolo sinistro si è spezzata mentre pensavo a te. e la rabbia del momento si è trasformata in una gelosa regressione in me stessa. mi sono guardata allo specchio, ho sorriso a quel ricordo e il sorriso è rimasto intarsiato nello specchio.
o forse, davvero, deve essere successo due o tre settimane fa, che ho dimenticato il sorriso nello specchio. quel pomeriggio in cui ho controllato il mio conto in banca e ho pensato: e chi mi scippa! e ho riso, un sorriso palindromo, che faceva avanti e indietro tra l’ironia e il dolore. intimidito dalla mia altera stupidità, il mio sorriso si è rintanato nella borsa e ha deciso di installarsi nel mio specchietto. e ogni volta che controllo se ho la faccia pulita, il mio sorriso mi deride.
la mattina vado di fretta, prima di uscire, mi trucco, passo davanti allo specchio, saluto il mio sorriso, gli chiedo di tornare al suo posto. lui mi sorride, con un sorriso falloso, e resta dove sta. beato.
la sera torno a casa di fretta, lancio i vestiti dove capita e scappo in bagno a sciacquarmi il viso. e il mio sorriso, intontito dalle ore d’aria, si risveglia e mi saluta. se ne sta lì davanti alle mie smorfie compulsive, prende in giro i miei sordidi tentativi di autocompiacimento. quel mio sorriso imprigionato nello specchio, lo odio.
ieri, davanti al mio sorriso riflesso, ho pensato che forse si è incastrato là dentro due o tre giorni fa. una mattina, quella mattina. quando, davanti allo specchio, insistevo per ridere per non piangere e il mio sorriso si è sentito sfruttato e sovresposto, poi siccome è gentile non è proprio sparito. si è messo dentro lo specchio.
e aspetta, che lo guardi.
cp
interno, palestra, lezione di gag, giorno
insegnante di gag: però, ne hai persi di cm con il gag. bravissima! sembri quasi magra!
alunna di gag: faccio gag anche a casa davanti alla tv, a tavola, mentre mio marito fa l’amore…
idg: non esagerare. altrimenti diventi anoressica (e ride)
adg: (stringendo i glutei) magari!
(fuori campo: starnazzo di risate generali)
cp
il significato letterale di intra moenia è: dentro le mura, un palese riferimento al periodo medioevale quando la consacrazione sociale veniva stabilita dalla posizione geografica delle persone: se eri dentro le mura eri socialmente in altrimenti chi era fuori era out.
il lavoratore intramoenia è dunque colui che lavora dentro una struttura pubblica o semi-privata, ma guadagna per conto suo con tanto di partita iva e fiscalizzazione dei compensi del singolo.
per l’azienda rimane ovviamente il vantaggio di collaborare con esperti di settore, di non abbuffarsi alla mensa a nero, di formare personale competente e di incrementare in qualità e in quantità la propria produzione, quale che sia.
il lavoro intra moenia, di importazione americana, si è diffuso molto (soprattutto nelle aziende ospedaliere e negli studi legali) negli ultimi anni perché consente di occupare lavoratori che altrimenti dovrebbero aspettare anni per guadagnare e, soprattutto, è stato un piccolo passo verso l’affrancatura dei sempre troppi schiavi a nero.
oggi dove tutto è il contrario del niente, esiste anche il lavoro extra moenia. non so quanto sia diffuso, se meno o più di quello intra moenia, ma una cosa è certa: io ne faccio parte.
(alcuni lo chiamano lavoro a percentuale, ma è un termine inesatto perché il lavoro svolto non è percentualmente retribuito. quindi al massimo suggerirei ai due signorONI che si candidano ad aprile di chiamarlo lavoro extra moenia, li renderebbe anche percentualmente più colti di quello che sono)
letteralmente extra moenia significa fuori le mura ed è dunque il contrario dell’intra moenia. chi lavora extra moenia lavora per una azienda senza farne parte, restandone fuori a tutti i livelli. perfino i soldi, il lavoratore extra moenia se li deve trovare da solo.
è una sorta di catering professionale esternalizzato e precarizzato, dove chi accetta le regole del gioco accetta una sola legge: lavori per noi, ma non con noi.
(certo chi lavora fuori le mura di un’azienda ha la stragrande fortuna di saltarsi le riunioni settimanali e soprattutto di non avere davanti agli occhi le colleghe sfiatose con cui, al massimo, comunichi su skipe dove basta un clic per schiattarle)
il lavoro extra moenia è un extra. non per chi lo svolge, ma per chi lo commissiona. a chi lavora come consulente esterno di una azienda viene spesso detto che il proprio lavoro,che porta guadagno materiale all’azienda anche più di quello che i regolari intra moenia riescono a fare, è un extra.
il lavoratore extra moenia ci può essere, ma anche no.
(che è più o meno quello che mi disse una volta un tipo di cui pensavo di essere molto intramoeniamente innamorata “cp, con te sto bene, ma da solo sto bene lo stesso.)
il lavoratore extra moenia è una spolverata di cacao amaro nel cappuccino.
se c’è, fa figo. ma se non c’è, il cappuccino ci riscalda lo stesso.
cp
il criptico musicale nasce in un paese sperduto della pianura padana che abbandona a soli 18 anni in cerca di fama che nel giro di pochi mesi si trasforma in fame.
il nerd n. 38 ha due costanti convinzioni: la musica, come le auto, è maschia. ci sono donne che apprezzano alcuni generi musicali alternativi, forti, ma sono sempre meno degli uomini che per la musica buona, non ci sono dubbi, come del resto per le macchine di classe, hanno più gusto. la seconda convinzione è legata al suo mestiere: il criptico musicale è il migliore nel suo settore, che egli sia il proprietario/commesso di un negozio di musica scavato nell’underground extraurbano o che sia un giornalista musicale di una rivista che ha un numero di collaboratori superiore a quello dei suoi lettori.
se gli chiedi un parere su un cd, lui recita metriche di recensioni e biografie incrociate, gesticolando con i suoi mazzetti di riccioli electro-dada che proteggono il groove della sua testolina countronica che ondeggia in un eterno loop di no no no. il criptico musicale per principio dice no. dire no è un sacco dark-rock e il criptico musicale vede la luce nel buio e si sente a suo agio nelle dark room che gli ricordano la sua spaziosa testa.
porta incollati alle gambe pantaloni stretti britpop, giacchetta di velluto spiegazzata almeno quanto la copertina dell’ultimo vinile che ha acquistato in un mercato fuori mercato in un quartiere fuori mano a berlino dove ha scoperto che il muro quando è caduto ha emesso un rombo dub metal e dove ha fatto l’amore lo fi in un garage outsiders con una tipa punta in ogni dove da piercing esteticamente molto industrial-dub ma che intrinsecamente rivelano una profondità d’animo doom-spirituale..
la sera frequenta post-posti esclusivi dove suonano solo: post-punk, post-pop, post-rock, post-ambient. con un toscano appollaiato sulle labbra, sdrincazza fino a tarda notte mathusalem e appunta sul palmare gli improperi psych-garage-rock dell’ultima band di post periferia che ha beccato su myspace e di cui sposa la causa perché il criptico musicale è un lancia-talenti, anche se spesso le sue visioni (e i suoi talenti) imboccano il vicolo cieco della noiosa presunzione e restano nel silenzio di un kraut-space.
radiohead, portishead, antony and johnsons mandano il criptico musicale in coma indie pop. mgmt, these new puritans e sigur ros sono le sue vitamine contro le influenze altrui.
e, soprattutto,nel buio della sua mente strimpellano tre mantra:
- solo i linea, (i linea 77) solo loro non si vendono al sistema, dio fa. (nerd n. 38 – versione delle langhe)
- i baustelle vendono un sacco, ma sono bravi (nred n. 38 – versione tosco-emiliana)
- se nick drake non si fosse ucciso, nick drake non sarebbe mai esistito (nerd n. 38 – versione altobrianzola).
adottate il criptico musicale, oltre le sue colonne sonore ci sono solo le colonne d'ercole
(per i termini in corsivo courtesy of Il Mucchio, Blow Up, Rumore,Rockerilla, Rockstar: le bibbie del criptico musicale)
cp

un anno di quasi vita in questa quasi città contenuta in una quasi nazione mi fa quasi pensare che sto quasi ammattendo quasi quanto quei personaggi dei libri che sono quasi protagonisti, non del tutto, perchè hanno la testa che vola quasi in un altro mondo e per questo loro cazzeggio cerebrale non reggono la quasi totalità delle azioni come un vero protagonista dovrebbe fare, a metà del libro o partono o si arrendono e la loro storia diventa quasi banale.
da quasi trentenne mi fa quasi piacere questo ruolo da subalterna, anche se a volte mi fa sentire quasi sola perché diventa un quasi lasciarsi andare, un rammollire dentro l’asfissiante noia di un’immaginazione talmente egoista da battere quasi sempre la realtà, anche quella che potrebbe essere quasi bella come una stanza disegnata da magritte.
quasi quasi l’unico senso di pienezza me la dà la precarietà, una corrosiva vetrina dove tira sempre la stessa aria in cui microbi divorano altri microbi in un velenoso quasi amore.
cp

ha il sorriso insipido di un brodo riscaldato nel microonde. ha gli occhietti cisposi per il troppo mascara, blue che sottolinea l’ovvio dei suoi occhi cerulei, le labbra spalmate su un viso catarifrangente per l’eccesso di sebo.
si chiama con il più comune dei nomi italiani, quello che quando giocavo a nomi cose e città era proprio il primo che infatti prendevo sempre 5 punti invece che dieci fino a quando non ne ho trovato uno di riserva molto raro, e insomma lei ha questo nome ma lo rinnega. lei preferisce farsi chiamare nadine o colette o amelie o, se solo sapesse, apprezzerebbe tanto tanto anche consommè. prima però correggerebbe questo file cambiando l’accento che vedete in uno acuto. lei è una che ama mettere gli accenti al posto giusto e non ne tralascia nessuno. perché gli accenti sono importanti, in francese. sarebbe bello anche che li azzeccasse in italiano, ma non si può avanzare una pretesa del genere durante la charmantissima ora di francese dove io adotto consommè da 4 mesi a questa parte.
la nerd n. 37 è riuscita a sdoganare uno dei più antichi luoghi comuni umani secondo cui i francesi sono i più antipatici di tutti.
no. no. no.
più antipatici dei francesi ci sono gli italiani che vogliono imparare il francese, anzi no.
le consommè che credono che una erre più allungata e un guazzabuglio di esse e di u spilorce alla fine delle frasi e un basco rosso di lana in testa e un neo finto sopra le labbra e la frangettina a spina di pesce e un amore incomprensibile per il favoloso mondo di amelie (che se proprio dobbiamo amare a tutti i costi il cinema francese ce ne sarebbero di film da citare….amelie è solo un grande spottone pagato dal ministero del turismo parigino) facciano di loro delle francesine, delle marianne, delle segolane, delle fiches rouge.
prima della lezione, consommè si rivolge in francese a tutte le compagne e i compagni di corso, perché deve fare pratica e se qualcuno di loro, chissà chi?, non le risponde lei risponde in francese da sola e sbatte le ciglia che secondo lei le francesi sbattono le ciglia.
il giorno in cui ho deciso di nerdarla non è stato quando ha messo come suoneria del cellulare l’inno della francia e nemmeno quando ha detto che non fa più sesso con il fidanzato se lui non urla “je viens, je viens” durante il rapporto e nemmeno la volta in cui ha dichiarato di aver regalato solo libri in francese per natale e mi sono trattenuta dal nerdarla anche quando ha corretto il francese dell’insegnante francese e me la sono scansata anche quando le è venuto un attacco di panico perché una nostra compagna, che si è fatta trasportare dalle proprie radici, ha iniziato a leggere un brano di camus tutto in barese (che poi funzionava, alla grande) e non ho voluto infierire nemmeno quando ha preso il vizio di rispondere al posto degli altri alle interrogazioni o quando ha suggerito una parola sbagliata alla sua vicina e ha detto quella giusta subito dopo di lei e si è applaudita da sola.
ho deciso di nerdarla una settimana fa. esattamente quando si è presentata in classe con un faldone di fotocopie che ci ha distribuito con quel suo sorriso stitico e le labbra sbrodolose per tutte le caramelle che deve ciucciare per ammollire la erre. sull’intestazione delle fotocopie c’è scritto: nuova grammatica francese secondo consommè.
la nerd n. 37 si è presa il disturbo di inventarsi di sana pianta delle regole per i verbi irregolari(?) che secondo lei sono la chiave di svolta della grammatica francese, come hanno fatto a non pensarci in francia? dopo aver spiegato la sua grammatica francese a tutta la classe compresa l’insegnante, ha fatto un inchino in attesa di un applauso e si è ritrovata come una pifferaia senza i poteri magici.
adottate consommè, se tutto fa brodo lei fa a brodo di tutto.
cp