è ormai un mese e mezzo che sono lontana da casa per lavorare in questo posto dove se saluti senza motivo, per cortesia, ti chiedono perché? e se invece non saluti, per cortesia adattata all’ambiente, ti guardano torvi con il becco stretto come i numerosi pettirossi che sguazzano in questo cielo.
e nonostante che il sanpietrino del pavimento di questo posto mi ha costretta ad appendere i tacchi al chiodo che non è cosa bella perché i tacchi mi mettono su di morale, e nonostante che non ho le amiche e nonostante che ogni volta che dico la mia età puntano gli occhi sul mio anulare sinistro e quando lo vedono perfettamente nudo e tirato a lucido drizzano le pupille in alto e nonostante che ogni volta che dico che sono di “bari” mi guardano ammirati perché non dico “beri” come faceva lino banfi (che gli possino…) ormai 30 anni fa e nonostante che le mie colleghe non fanno che chiedermi tutte le ricette del mondo perché io sono del sud e quindi so cucinare da dio anche il cous coous e le tortillas e nonostante che sto parecchio bene dal momento che non ho il tempo materiale di intrecciarmi i neuroni dentro paranoie d’ogni sorta anche se, devo dire, alcune mattine mi sveglio tranquilla senza nessun retropensiero e questo mi fa venire l’ansia che riesco rapidamente a sedare quando mi ricordo che tale tranquillità è di cartongesso, non durerà a lungo, nonostante tutte queste cose approfitto degli ultimi 3 minuti di tempo libero della giornata per fare presente a me stessa le recenti acquisizione ontologiche:
- nella mia vita precedente io sono stata un uomo. magari non troppo alto, ma con molti capelli. in questa mia precedente vita da uomo, io ho svolto un mestiere non riconosciuto per l’epoca e quindi poco retribuito e quindi poco compreso e quindi scambiato per altri mille mestieri che non sono mai quello che realmente svolgevo. nella mia precedente vita sono stata un commercialista prima che inventassero il sistema fiscale o forse un architetto prima che aprissero l’albo dove imprimere nero su bianco la propria posizione;
- nella mia prossima vita, voglio rinascere animale. un elefante o una tigre che, per esempio, per una prestazione artistica della durata di tre virgola 15 secondi riscuotono quello che normalmente due operai guadagnano in un anno, sommando i loro salari. se invece la legge del contrappasso, l’unica che realmente governa il mondo, stabilirà che nella mia prossima vita, quando sarò un elefante o una tigre, gli operai saranno in via di estinzione e la savana sarà composta di lunghe ciminiere in floride distese di pvc e quindi gli operai saranno più pagati di un elefante e di una tigre in un circo, allora io mi pentirò della mia scelta. ma ora è troppo presto per pensarci.
cp
se fosse un personaggio di un fumetto, il suo potere sarebbe quello di attrarre le cose a sé e di respingerle automaticamente.
è alto un metro e novanta, ha gli scuri lunghi e sottili come sciabole indiane, un naso sottile da sultano e gli zigomi alti e spigolosi di un bambino svegliato all’improvviso dal più bel sogno, di un bambino cresciuto senza accorgersi di essere diventato grande.
quando sorride, marcantonio, mostra al mondo i suoi denti lattiginosi e il mondo si imbarazza davanti a tanta perfezione.
poi parla, con quel suo accento casereccio, da pasta e patate, e dice quelle frasi proverbiali, da braccio di ferro dell’appennino, e il mondo si imbarazza, per lui.
se volete innamorarvi di lui, osservatelo. marcantonio ha la bellezza di un puledro di razza, non sa quanto è bello, non può saperlo anche se dovesse passare una giornata intera davanti allo specchio non riuscirebbe a capire quanto è bello, ma sa di esserlo. e questo gli basta. gli basta per pupeggiare con i suoi pantaloni scuri che contengono quella camicia rossa attillata e lucida, che emana il calore del ferro da stiro. in ufficio, quando passa, le colleghe a momenti gli fischiano dietro. nei locali, la sera, è quello che si nota di più, non per l’altezza, non per lo splendore, ma per lo stuolo di donne di tutte le età che lo attorniano senza se, ma e senza scuse.
il suo scettro è la giovinezza, l’ingorda bellezza di un cigno che non è mai stato pulcino. marcantonio, questo è il bello, non sfrutta la sua bellezza. la appoggia sulle vite di chi gli sta intorno con l’irriverente fascino di un airone in mezzo a un campo di grano seccato dal sole.
se volete dimenticarlo, parlategli. saprà farsi dimenticare in poche frasi, tipo: “il secondo piano è quello di sopra?” oppure “l’ospite è sacro come il pesce” o ancora “se non fosse per il natale le aziende di panettoni non esisterebbero, porelle” e infine “stendiamo un vello peloso ( ndr. a proposito della sua ultima fidanzata)”.
adottate il nerd n. 45, il vostro cruciverbone vivente. divertiti a trovare la posizione, orizzontale o verticale, alle sue gemme di saggezza. è ottimo da portare in spiaggia, non si bagna in caso di acquazzone improvviso e soprattutto, non dovete ricomprarlo dopo una settimana. basta cambiare discorso.
cp
soprattutto,non ho mai perso nulla. (ci ho provato con un paio di paia di occhiali da sole, una chiavetta usb e un anello di un ex fidanzamento che alla fine, visto che non riuscivo a perderlo, l’ho buttato). meno di tutto, il tempo. non l’ho mai perso, così come non ho mai collezionato francobolli, bamboline di ceramica e magneti da frigo. e se l’ho fatto non me ne sono accorta. forse le scarpe e i bracciali e gli smalti per le unghie dei piedi. a prima vista, nella mia stanza, sembra che collezioni queste cose ma, la verità, è che ne faccio uno spasmodico uso perché possederne uno per ogni occasione, comprese le pantofole e le ciabatte e gli infradito e cinque diversi tipi di smalto trasparente e i braccialetti per i piedi quando arriva l’estate, mi fa sentire me stessa e dunque molto bene. grazie.
e non sono nemmeno il tipo che lascia il proprio nome sui libri, non segno il territorio degli oggetti di cui dispongo e se non trovo una cosa non me la ricompro subito, aspetto il momento in cui mi servirà e mi sconvolge adesso rendermi conto che di molte cose non ho mai avuto necessità compresa questa divagazione su me stessa che rende giustizia a una giornata di pioggia e silenzio,sostanzialmente fuori luogo come spesso accade ai pensieri non richiesti.
soprattutto, il tempo io quello per esempio non l’ho mai perso. forse, in questi ultimi anni di casalinghitudine precaria, un po’ di tempo l’ho collezionato. lo ammetto. ma proprio perso no.
soprattutto, adesso da quando vivo nel piccolo granducato rosso che confina con i grandi granducati rossi italiani, non solo non perdo tempo, ma il tempo lo sto recuperando. tipo che lavorare 12 ore al giorno per tre mesi mi mette in pari con 6/8 mesi di una impiegata statale, precarie escluse.
soprattutto, mi sono accorta che prima avevo una cosa che un bel po’ di gente mi invidiava e ora capisco il perché e chiedo scusa a tutti quelli che non richiamo più perché mi davano su i nervi ogni volta che mi dicevano beata te che non lavori spesso. scusate. a parte il fatto che non ho mai visto un modo così perfetto di usare inadeguatamente una locuzione temporale (“non lavori spesso”) ora capisco, il motivo. avete bisogno di tempo libero.
allora, mi chiedo, perché non poggiate le vostre chiappe dorate sul divano di casa, accendete il pc e prenotate una vacanza di sei anni in india mentre compilate un formulario per richiedere il pensionamento anticipato o una lettera di dimissioni e recuperate un po’ di tempo libero e una amica come me a cui regalare un po’ di tempo indeterminatamente occupato?
cp