quando manca qualcosa, ma non ricordo quale; quando è tutto esattamente uguale a ieri, invece io lampeggio; quando le vetrine dei negozi sono apparecchiate per natale e nella testa ho i fossili di salsedine; quando la città, violata dal freddo e dalla pioggia, sembra scalza; quando canto una canzone prima che la canzone cominci; quando la giusta distanza accorcia i confini; quando una poesia letta male resta sempre una bellissima poesia; quando l’incubatrice che mi avvolge, smette di proteggermi e diventa, invece, un’arma di offesa; quando faccio la funambola con le parole, le lancio un po’ qua e un po’ e mi dimentico di raccoglierle ma sono certa che dove le ho lasciate, stanno meglio; quando il tempo si restringe e io invece mi allargo, riconoscendo, dall’odore di fresco, la bontà di un momento indeciso se trasformarsi in passato o diventare il futuro.
cp
romolo ha gli occhi scuri, vispi, come un furetto; i denti sporgenti, quelli davanti formano uno spazioso balconcino dove, quando piove, la premurosa mogliettina stende la biancheria famigliare.
cinico come alberto sordi, diretto come trilussa e misogino come i personaggi di valerio mastrandea, romolo punta tutto sul romanesco. in riunione, al lavoro, lo affianca un traduttore simultaneo per i non romani; nella vita personale, nella porzione di vita personale che non trascorre in famiglia, romolo non parla: mitraglia e chi lo ascolta gli dà tutte le ragioni del mondo perché tanto non capisce quello che dice perché o lo dice in romanesco stretto o lo dice così velocemente che si perde il filo e il segno e spesso anche il senso delle sue parole che spara addosso agli altri come bisogni di piccioni impertinenti.
romolo non è cattivo, è dissociato. per stargli dietro lo devi ricomporre come un puzzle di 15000 pezzi, di cui molti, durante la conversazione, vanno perduti. e così romolo resta un uomo a metà. come un’auto senza ruote, una casa senza soffitto, un letto senza materasso. un cielo notturno senza stelle.
simpatico come un comico di zelig frustrato, romolo quando parla scolpisce con la salivazione un bolo agrodolce di frasi stereotipate e di anacronistiche buone intenzioni. il nerd n. 57 parla così tanto che spesso i carabinieri lo intercettano. di recente un free press romano ha pubblicato le recenti stronzate che raccontava alla povera disgraziata che sedeva accanto a lui in metro.
romolo è un tipo semplice. per lui la grammatica è un condizionatore d’aria calda in bagno, un optional. l’importante è che se capimo. dice.
adottate romolo, per esempio, quando la sera prima avete fatto bagordi e non vi va di andare in ufficio. dite al capo che siete state a cena con romolo, lui non vi negherà un giorno di malattia.
a parte come coadiuvante terapeutico, è fortemente sconsigliata l’adozione di romolo se siete una persona che:
non sopporta le frasi, e le persone, di senso incompiuto;
soffre di emicrania cronica;
possiede una casa che fa eco. a meno che non vi piaccia l’effetto rimbombo sulle pareti;
possiede un impianto dolby sorround in casa. motivazione: vedi sopra;
possiede dei figli piccoli. ripeteranno tutto quello che dice romolo, non è il caso;
in tutti gli altri casi, potete adottarlo. vi saprà dire tutto quello che volete, anche se non lo sa. come la storia di roma, ad esempio, che romolo non conosce affatto, ma potrebbe raccontarvela per ore e ore.
cp
domenica sera l’ho trascorsa in un buio semicerchio di compensato, a metà tra una palestra scolastica e una mini aula magna. ero distesa su un tappetino di tessuto, rosso, sporco e impregnato degli odori personali di sconosciuti. sono stata un’ora così, ad ascoltare le vicende di una donna delle pulizie francese che ho compreso solo a metà. non era un concerto, uno spettacolo, un incontro, un film. era solo voce, solo suono in mezzo ad un silenzio plateale. io, nonostante il silenzio, non sono riuscita ad ascoltare tutta la storia. per la verità non era del tutto assoluto, il silenzio. accanto a me un uomo di mezza età non ha trovato altro di meglio da fare che russare tutto il tempo, al punto che mi sono chiesta se quest’uomo non avesse un altro posto dove farlo.
epperò in quel silenzio artificiale, mi sono venute in mente due-due banalità:
- proporre una settimana al mese di silenzio mondiale. a cominciare dai mezzi di (dis)informazione. stessero zitti, per un po’. forse molte persone troverebbero il modo di farsi un’opinione. forse;
- nella medesima settimana, vorrei che chiudessero i negozi, tanto per dire un’altra banalità, perché non si compra niente. in silenzio.
- e poi il governo e la sua ombra, quante cose meravigliose potrebbero dire in silenzio;
- e poi a rotazione vorrei che si sentissero, con gli altoparlanti satellitari, le voci delle case, dei buchi delle serrature mondiali, anche in lingue incomprensibili. nel silenzio, si comprendono tutte le lingue del mondo. a mio silenzioso avviso.
cp
non faccio che lamentarmi o lamentare ma sono talmente sincera qui dentro, dentro di me, che due anni che son qui e non l’avrei mai detto che sarebbe durato tanto, di certo non me lo sono augurato (questo doveva essere il diario di una casalinga precaria e sta diventando il diario di una casalinga a tempo indeterminato, ma va bene lo stesso, la mia nottata è buia e non passa come tante altre e non dico che mal comune mezzo gaudio ma dico solo che ogni tanto, spesso, intercettare migliaia di persone e miliardi di bit, trovare delle lacrime trattenute dentro discorsi comuni, ecco non fa piacere no, ma rende umani in un mondo che predilige le arance meccaniche. ritrovare un po’ di umanità corrisponde a un buon risultato portato a casa. a mio avviso).

la prima volta che ho scritto qui (nella mia camera viola, nella mia camera iperbarica, nel mio sintagma de-semantizzato) è stato un karakiri. un gesto contro me stessa. non c’è niente di più repellente per me di raccontare le cose come stanno, non c’è niente di più ammorbante di conoscere perfettamente le mie deformità esistenziali. le conosco talmente bene che non ho bisogno di parlare con me stessa, mi faccio l’occhiolino da sola. eppure è questo quello che mi caratterizza, in questa stanza viola lunga due anni e larga una vita dove mi sento sempre a casa (io, che ho taumaturgiche remore di fronte al concetto di “casa”): ho imparato a chiamare le cose con il proprio nome. compreso il mio.
il viola è diventato il colore del cambiamento mondiale, esattamente quello che io cerco per me, da due anni, e che continuerò a cercare, con una (anzi mille) paure in meno. perché se dovesse arrivare davvero, il cambiamento, non lo scaccerei più come un alveare di insetti innocui ma orribili. al contrario, mi tufferò in questo alveare.
perché due anni che son qui, e solo una cosa non l’ho mai scritta e ora la scrivo: se è vero che il lavoro crea le cosiddette deformazioni professionali, la “casalinghitudine precaria” mi insegna a guardare meno le stelle, perché potrebbero rivelarsi cadenti, e a dare più attenzione alle storie altrui, che poi sono proprio le mie.
cp
la sua antenata, l’antica polena, era una decorazione lignea che ornava la prua delle navi. era una sorta di fusione tra una bandiera, una sirena e uno spaventapasseri con il rossetto rosso di chanel: bella e rispettata ma perfettamente inutile. con il tempo la polena si è ritagliata un ruolo, sulla nave ammiraglia, ed è diventata un servizievole banco di appoggio per i marinai che su di lei distendevano i gomiti, soprattutto quando li alzavano troppo, oppure le parlavano, la interrogavano. (lei aveva solo una risposta: il suo sorriso incancrenito dal vento e dalla salsedine)
la polena solitamente è microcefala, ha la frangetta perfettamente allineata sulla fronte come uno spremiagrumi elettrico, il sorriso avvitato ai denti rifatti e gli occhi da cerbiatta insaziabile con cui ammonisce chiunque non sia d’accordo con lei, e cioè tutti a parte qualche nanetto da giardino.
la discendente dell’antica polena, non è simpatica come la sua antenata. questa andava in giro mezza nuda e se ne faceva vanto, sapeva di essere stata costruita, con il seno budinoso e i fianchi torniti, solo per mostrarli; la polena di oggi, invece, preferisce indossare tailleur allineati al grigiore del parlamento. per quanto si sforzi di sembrare emancipata, la polena 2008, ha la stessa funzione della sua ava: un manichino che identifica la nave, anche da lontano, ma non è l'equipaggio, si e no lo rappresenta.
la sua bellezza monumentale incattivisce le donne che le fanno dispetti quotidiani come: chiederle che ore sono, che tempo fa, che ha mangiato a pranzo. tutte domande crudeli, a cui la polena non può rispondere perché nessuno ancora le ha scritto le risposte. i giornalisti la invitano spesso in tv, o la intervistano sui giornali, con lo scopo prezzolato di farla apparire, non dico un essere umano,ma quantomeno un’entità autonoma. peccato che sia in tv che sui giornali si nota la bava con cui il giornalista inzuppa le domande.
chi adotterà la polena, farà un’opera di bene. anzi due.
per prima cosa, renderà irriconoscibile il nostro governo. gli stessi ministri, tolta la polena, non sapranno in che direzione andare, confonderanno la destra e la sinistra e viceversa e dunque ci sarà da ridere e per fortuna qui si ride gratis, le risate non sono soggette al rincaro.
la polena, secondo motivo fondamentale per adottarla immediatamente, è una conduttrice naturale di energia elettrica, si sviluppa per entropia. con lei in casa non avrete bisogno né del citofono, né del campanello, né del telefono. ci pensa lei a intercettare visite e ospiti.
adottate la polena. in giardino, accanto ai nani, con il suo sex appeal apotropaico scaccerà tutti i mali da casa vostra.
cp