è una striscia di sole su un ghiacciaio, un ritaglio di vento nell’arsura tropicale. sunny è ottimista fino all’irritazione epidermica, ma non posso fare a meno di adottarla. se la adotto quando sto male lei, pur ammettendo i miei malumori, riesce sempre a lasciarmi uno spiraglio di luce nel tunnel dei miei nefandi imperativi categorici contro l’umanità; se la adotto quando sono felice, andiamo in coma iperglicemico, tipo che siamo capaci di sentire i passerotti azzurri e viola cantare “over the rainbows” e le formiche marciare a suon di “ohissà ohissà”.
la nerd n. 60 è l’unica persona al mondo autorizzata a parlarmi di bio-danza, bio-amore, bio-dentrificio, bio-vita e di karma, chakra, feng shui e del natale.
come la cioccolata e la luna piena e i baci inaspettati, sunny provoca dipendenza. una dipendenza, l’unica, che non mi spaventa. perché non ho bisogno di sentirla ogni giorno per sapere quello che mi direbbe mentre piango, strillo, non dormo, faccio la ruota con i miei pensieri. lei mi darebbe uno dei suoi abbracci, che mi stringono anche per telefono o per mail, che mi ricordano: “cazzo fai cp? al buio non ti si vede e tu sei fatta per la luce.”
sunny se ha un problema prima cerca di risolverlo e poi ti chiama e te lo racconta e tu lo prendi come exemplum, di quelli dei tempi dei latini, che sai già come va a finire. lei non pronuncia mai cose come “ questione morale” e robe del genere, ma se c’è una persona che sa cosa sia la questione morale è lei. trova il bello nel brutto, il meglio nel peggio, l’innocenza nella colpa, la paura nella vigliaccheria, la speranza nella disperazione.
sunny è una specie di vitamina che ingerisco quando non ho le forze, quando del natale vedo solo troppa carta da regalo nell’immondizia, troppe calorie nella pancia, troppi auguri fatti senza augurare nulla e quando nel genere umano non vedo nulla di umano.
sunny è un prozac senza controindicazioni, un alcaselzer che non procura nausea, una sigaretta da cui aspiro energia positiva, un caffè che mi sveglia una volta per sempre, una flebo di nutella nel cuore della notte, un massaggio spirituale.
se il natale vi è andato storto, se a capodanno temete di esplodere insieme ai botti, adottate sunny che fa tanto bene e non fa ingrassare.
cp
babbia natale: ciao cp, smauck smauck smauck, baci baci baci di natale!
casalinga precaria: ciao, babbia natale.
bn: anche tu nel vortice frenetico dei regali di natale? ahhahaha, che bello che bello, come sono eccitata!
cp: no, sto andando a pagare una bolletta alla posta.
bn: ah, beata te. scommetto che ti sei iscritta al gruppo delle previdenti gioie del natale?
cp: eh?
bn: cioè, hai già fatto tutti i regali?
cp: veramente non ne ho fatto uno. e difficilmente ne farò.
bn: come scusa? stai scherzando? scherzi sempre.
cp: no, non scherzo.
bn: si dice sempre così. anche io dicevo: quest’anno solo i regali essenziali e guarda quante buste ho (n.b. circa trenta+ un carrello della spesa stracolmo) e i parenti, e i colleghi, e le compagne della palestra, e le compagne del burraco, e gli amici, e gli amici degli amici, e i vicini d casa, e il portiere, e i figli di mio fratello, e i figli degli amici di mio fratello, e gli amici di mio fratello, e il capo di mio fratello…insomma niente regali in eccesso. (e ride e ridendo le si forma una pozza di bava intorno alle labbra) cp, il natale è un vero sballo…sballo natale..ahahahahaaaaahhhh. non trovi?
cp: ah.ah.ah. no. non trovo.
bn: sei la solita guastafeste. ma come fai a non amare il natale. io non potrei farne a meno. ho messo “jingle bells” come suoneria del cellulare e “bianco natal” per la messaggeria. poi ho fatto un cd con tutte tutte le canzoni di natale e l’ho regalato alla mia insegnante di spinning, mi sembra decoroso fare lezione in questi giorni con le musiche natalizie.
cp: (trovo indecoroso e diseducativo portare in giro minorenni in questi giorni nelle vie commerciali del centro cittadino che trovo più pericoloso di qualsiasi programma tv con alda d’eusanio) essì, chissà che goduria sudare mentre albano canta “tu scendi dalle stelle”…
bn: non puoi capire. la fatica si dimezza…senti un po’: stai andando per caso da louis vuitton? perché io sono 3 mattine e due pomeriggi che provo a entrare ma ci sono riuscita solo una volta, ma mi era finito il credito sulla carta… devo ancora prendere il bauletto, il trolley, il portadocumenti, il porta carte di credito, lo svuotatasche, il porta cravatte, il porta…
cp: eggià, son problemi…c’è più coda da vuitton che alla posta.
bn: davvero guarda, finirà che non troverò più niente. comedevofarecomedevofare? ho comprato solo 54 regali. me ne mancano 31. ho lasciato per ultimi i low cost. grande grande errore, non farlo mai, cp! da intimissimi i perizoma e i boxer sono finiti; da zara non hanno più portachiavi; da h&m non c’è un fermaglio o un paio di guanti decenti; da tezenis hanno esaurito le canotte; da disney non si può nominare il peluche di quella specie di computer animato che la commessa inizia a piangere e a strillare: è terminato, è terminato! sono in crisi. mi butterò sulle candele, sugli incensi, sai quelli fanno sempre comodo dopo il brodo del 25 dicembre e poi forse ecco sì comprerò dei libri… anche se non ho mai regalato un libro in vita mia, lo trovo così triste. così si fa di un libro, dopo averlo letto?
cp: (avrei un’idea – ma è meglio non elaborarla - e una teoria: tu e gli amici tuoi non ve ne fate niente di un libro sia prima che durante che dopo averlo letto. ma non lo dico. sono in un periodo di redenzione esistenziale e ho bandito le cattiverie a fin di bene e il vino bianco) non lo so, forse si conserva.
bn: infatti, i libri fanno troppa polvere. sono un investimento perché, anche se costano poco, devi mantenerli a suon di swiffer e cif e vetril e robe del genere. meglio le mutande. tanto quelle le devi lavare per forza. oddio, come è tardi devo andar a scegliere il capitone…ciao cp. se non ci vediamo o se non ti arriva la mia mail con la storia di natale in power point o se dovesse tardare la mia poesia di natale – sai le poste - o se non ricevi i miei sms di mezzanotte...beh, anche se non si fanno mai gli auguri prima che porta male: buon natale cp…e ricordati che possono cadere tutte le tutte certezze: ma il natale è l’unica certezza che non ti abbandonerà mai. evviva!
cp
lei aveva la stessa giacca a tre quarti, nera, solo che era ammorbidita dal tempo; e la sciarpa, anche quella era la stessa di due anni fa,una sciarpa di lana mongolia, verde acido come la tassoni dentro lo stomaco vuoto. i capelli erano diversi, meno corti, meno strafottenti, lunghi e arruffati da una pioggia stupida. aveva dei capelli onesti nella loro semplicità.
gli occhi, quelli erano proprio uguali. li teneva socchiusi, come fa sempre quando non vuole sentire, illudendosi di poter percepire le parole di lui dagli occhi e non dalle sue orecchie. convincendo se stessa che se la ferita non la vedi, la ferita non c’è.
mentre lui parlava, le si sgonfiava il cuore. quel suo organo senza pietà e senza giustificazioni, si apre e si chiude quando vuole lui, era diventato un grumo rappreso che si scioglieva da solo, con il vento, con il fiato, con l’umidità. il grumo volteggiava dalla testa al cuore, ciondolava sul collo, cadeva per terra. rialzandosi, si restringeva e si rassodava a immagine e somiglianza delle parole.
mentre lui parlava, lei pensava: quanto è deludente il già visto, già sentito, già vissuto, già capito. la vita copia se stessa, le storie sono avvolte da una gigantesca invisibile e bastarda carta copiativa che tutto riproduce, perfino i vestiti, le scarpe (anche quelle erano le stesse, solo i sopratacchi ringiovaniti dal calzolaio).
dentro quelle poche chiare nette definitive parole il volto di lui veniva ricoperto dalla carta copiativa esistenziale,riproducendo all’istante i volti del passato. no, diceva lei, non è sfiga, non è destino, non è assuefazione sentimentale. non è un dejavù. questa volta è la matematica, è la matematica che l’aveva fregata. perché di matematiche ce ne sono due. la prima, quella ufficiale, dice che uno più uno è uguale a due; poi esiste un’altra matematica, una matematica che lei definiva del cuore - o dell’opportunità - e per questa matematica uno più uno non fa due. fa uno. fa zero. fa che tutto è uguale a se stesso anche se niente è come prima.
quando stamattina mi ha raccontato quello che le era successo, ieri sera, che lei non capiva come potessero essere geometriche le cose della vita, come tutto torna nello stesso identico modo, io le ho detto: non è la vita, non è la matematica, è la paura che livella dal basso verso l’alto che ci inquieta le visioni che ci attorciglia le parole (che pur di non restare zitti le prendiamo in prestito, le parole. e a volte le robe prestate non sappiamo metterle insieme, abbinarle bene come fa il suo proprietario) ed è sempre e solo la paura che impedisce il sonno e la crescita e genera la crisi a cui non diamo mai un nome diverso, la chiamiamo tutti crisi, quando ci sarebbero greggi di altre parole: confusione, reticenza, vuoto d’aria, mancanza di lucidità, terrore di vivere al di sopra delle proprie possibilità, barcollanti scaglie di felicità passeggera.
cp
la letteratura è l'arte della sostenibile leggerezza dell'essere
e
dei postumi
dei poster
della prospettiva
dei posteriori
dei postremi
dei prodromi
la letteratura e l’arte non si amano
la letteratura è l’arte dei retropensieri
della pioggia
delle piroette
dei colpi di pistola
della messa in piega
la letteratura è l’insonnia dei giusti
la letteratura è l'arte
della tristezza che rende felici
dei destini pigri
delle montagne russe mentali
la
letteratura
è
l’arte
della
messa
in
scema
cp
cosa resta nella sua mente dopo che la espone a centinaia di migliaia di input informativi è un mistero più vecchio di quello dell’uovo e della gallina. come può un cervello apprendere qualcosa, una briciola, se viene continuamente martellato di informazioni, voci, suoni, notizie che non hanno davvero alcun nesso in comune.
il fatto è che, per la presenzialista, l’importante è esserci, che poi si parli di cellule staminali o dell’ultimo premio nobel per la letteratura o delle posizioni che preferisce vladimir luxuria, non importa. lei c’è. anche se non la inviti. soprattutto se non la inviti. e la sua presenza, oltre ad essere costante, è oltremodo attiva: la nerd n. 58 fa domande, spesso si dà anche le risposte, commenta con interiezioni gergali gli interventi dei relatori, racconta aneddoti che non hanno una lettera in comune con l’argomento di cui si discute. (ad esempio: si parla di america, anni settanta, sesso libero, droga e solite cose. lei è capace di dimostrare che dove vive è successa esattamente la stessa cosa e, guarda caso, lei c’era e può testimoniarlo.)
la sua prerogativa è il buonumore partecipativo che rappresenta per la presenzialista quello che la polemica di strada rappresenta per un a persona asociale: un’attitudine esistenziale, un segno di riconoscimento.
se alla prima di un film, alla presentazione di un libro, alla riunione condominiale, in coda alla posta, a un concerto, intorno a un cantastorie di strada vedete ridere, ogni due per tre, una signora, sui sessanta con le rughe a parentesi graffe intorno al viso, i capelli – lo smalto – il rossetto arancioni e l’alito che mena lacca del discount, avete appena adottato la nerd n. 58. che è simpatica, non tanto perché ride sempre, quanto perché è l’archetipo della gaffeur sociale. non ha la più pallida idea di dove si trovi, ma non molla. sta lì, sempre in prima fila, come se fosse coinvolta personalmente negli eventi, con il sorriso stampato sulle labbra. sta lì, felice, e applaude. applaude anche il silenzio. perché la presenzialista sa che deve applaudire e ridere, ridere e applaudire. ha imparato tutto da mara venier, la sua icona, la donna più ospitata del mondo che a volte ho paura di ritrovarmi anche a cena,invitata anche lì a proferire due menate sempre uguali, solo il soggetto è diverso.
la presenzialista l’adotto spesso. a volte si accompagna con un uomo baffuto in modo esponenziale, sempre in doppio petto, la faccia lucida come le scarpe di ecopelle,che durante gli incontri ha un compito preciso: andare al bagno (evidentemente il suo non gli sta bene) e che io chiamo “il palo” perché si mette come un palo con gli occhi a laser di faro a scrutare l’orizzonte e sinceramente non lo so perché lo fa,ma mi piace. nella mia testa sogno che sia un modo per proteggere la sua donna, dovesse venire un bruto ad aggredirla.
il mio consiglio è, tuttavia, quello di adottare la presenzialista senza il palo. perché sola, la gatta, dà sempre il meglio di sé. a briglie sciolte, a ruota libera sveste la mente e scuce la bocca e potreste ritrovarvi a intavolare una discussione sulla possibilità di ordinare una tagliata di carne non tagliata, cioè intera, oppure sull’inappetenza delle formiche di casa sua che non gradiscono, pare,le molliche come una volta.
adottate la presenzialista, non avrete più bisogno di presenziare nulla, nemmeno la vostra vita, tanto c’è lei.
cp
dopo le celebrazioni edulcorate di nostalgia del ‘77 e al termine delle goliardiche rievocazioni del ’68, mi piacerebbe che il nuovo oggetto numerico di festeggiamenti nazionalpopolari e di commemorazioni collettive fosse il ’69. ma so già che sarà l’89. l’anno del muro dei muri, che sarà ricordato come l’anno in cui iniziò la libertà e finì la pace. secondo me.
non so, probabilmente in questo momento storico in cui tutto è rovesciato e l’asse del contrario è diventato un paradigma, celebrare il ’69 riporta le cose e le persone al proprio posto. rovescia il contrario.
a parte dare i numeri, condizione che spadroneggia nella mia testa, di recente sono successe alcune cose che io chiamo coincidenze storiche.
queste due coincidenti sfighe io le chiamo: inizia una nuova era e peggio di prima non potrà essere. e la reazione è sempre quella di scrivere, per non sentirmi in colpa di una colpa che comunque non possiedo a parte per il fatto di essere nata e di stare al mondo e dunque di essere coinvolta in tutto ciò che finisce e contemporaneamente ricomincia sotto un'altra forma, e mi sento colpevole se non reagisco al mondo e io reagisco per lo più scrivendo. non per migliorarlo il mondo, ma per attenuare egoisticamente il mio senso di colpa nei suoi confronti. e per dare i numeri, che quando scrivo i conti mi tornano. spesso.
cp