
la trans-izione mi inibisce. non mi fa voglia di scrivere.

cosa altro posso immaginare in un paese in cui la realtà sodomizza la fantasia? nulla, io credo. un tempo leggevo i giornali per deprimermi e scrivevo per ridere. ora è esattamente l'inverso. poi mi chiedono: che fine hai fatto? che fine ho fatto? vivo anche io il mio periodo di trans-izione dove cerco di non avere rispetto di niente e per nessuno. ma non mi riesce. mi butterò in politica. come dice mia nonna/casalinga atavica: "li la cena è una garanzia" . e non è mai l'ultima.
cp


la letteratura è l'arte della sostenibile leggerezza dell'essere
e
dei postumi
dei poster
della prospettiva
dei posteriori
dei postremi
dei prodromi
la letteratura e l’arte non si amano
la letteratura è l’arte dei retropensieri
della pioggia
delle piroette
dei colpi di pistola
della messa in piega
la letteratura è l’insonnia dei giusti
la letteratura è l'arte
della tristezza che rende felici
dei destini pigri
delle montagne russe mentali
la
letteratura
è
l’arte
della
messa
in
scema
cp


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cpvè, se non ti voglio più bene
mica è detto che noi dobbiam restare insieme.
lui ha detto.
mica è detto. hai ragione. lei ha riposto.
e mentre ordinava un’altra bottiglia di amarone, lei ha preso coraggio e ha detto quello che pensava davvero:
e l’ascella?
e lui ha tirato su con il naso, in direzione dell’ascella destra.
non quella, l’ascella sinistra, lei ha precisato.
embè?, cinguetta il merlo.
embè, come la mettiamo con la tua ascella sinistra? ci ho impiegato mesi per innamorarmi di te, proprio a causa sua. ho impaginato la mia vita accanto a te e alla tua ascella e mi è apparsa, non subito almeno, ma tra qualche tempo, carta da culo. la tua ascella sinistra sa di culotte di pizzo nere usate come federe su divani punzecchiati dalle cicche di sigarette. ma ti ho perdonato. che sei giovane e un ‘avventura, ogni tanto, te la avrei concessa.
nonostante l’ascella.
quella sinistra, sì. proprio quella che sa di ravioli ripieni di magro e imburrati di grasso, ingoiati alle sei di mattina con il tuo amico bambi che, so’ fortune, ha entrambe le ascelle falacrofobiche.
sei matta, lui rideva.
no no no. se solo avessi, almeno per amor mio, non dico per amor proprio, rasato l’ascella sinistra, ora, che mi lasci con mezza bottiglia di vino da svuotare e il conto da pagare, io ti direi pure grazie. ci hai provato, a farmi stare bene.
ci avete provato, tu e la tua ascella sinistra a rendere la prospettiva della mia vita di coppia, una prospettiva salubre.
invece no, te ne vai e io
sento ancora
su per le narici del naso
la tua ascella sinistra
che mi preme sul viso
narcotizzando il mio sorriso.