

non so prendere confidenza con l'abitudine. conosco i passi che bisgna percorrere prima di lanciarsi nel vuoto. sono sempre gli stessi. ne porta memoria il mio corpo. la memoria è nel corpo, è il corpo di una ballerina mentre danza.
conosco a memoria i gradini che mancano per raggiungere il trampolino.
ma ho paura di percorrerli se non smetto di pensare. devo smettere di pensare, per lanciarmi.
se niente cambia, tutto cambia.
cp
spesso parlo tanto senza dire niente. succede la stessa cosa nella mia testa che pensa tanto senza pensare niente o pensa a nullità stratosferiche e io odio i superlativi ma per le nullità a cui penso sono necessari.
vorrei direzionare i miei pensieri solo su cose cogenti come cosa pranzare e dove, che libro comprare e che film andare a vedere. invece l’altra sera mi sono messa a pensare a come sarebbe stata la mia vita se avessi avuto meno ansia, se l’avessi vissuta insieme agli altri, la vita. così come viene. mi sono messa a pensare a quante probabilità c’erano perché io fossi adesso una tipa allineata che non ha il tempo di farsi domande.
me lo sono chiesto come me lo chiede la nonna quando la vado a trovare e mi sento malinconica e non so per quale motivo e lei pensa perché non ho una stabilità e io la guardo e mi si dilatano le pupille perché a me le pupille mi si dilatano quando penso altrove e non quando sono eccitata come succede agli uomini o almeno agli occhi degli uomini che ho visto io, negli occhi.
ieri pomeriggio sono andata in un negozio per comprare delle calze e la commessa non aveva la taglia del colore che io desideravo e invece aveva la taglia del colore che io non desideravo e quando le ho detto no grazie molto gentile lei si è sbottonata i pantaloni e ha detto le vendo le mie, sono del colore e della taglia che desidera e io ho pensato sta scherzando e lei continuava a sbottonarsi i pantaloni mostrando il colore e la perfetta aderenza delle calze e poi lei ha dilatato le pupille come quando le dilato io quando sono sfinita dai miei altrove e allora ho pensato che la signorina è più disperata di me e che non sono l’unica persona che dilata gli occhi quando si sente diversamente felice.
cp
non faccio che lamentarmi o lamentare ma sono talmente sincera qui dentro, dentro di me, che due anni che son qui e non l’avrei mai detto che sarebbe durato tanto, di certo non me lo sono augurato (questo doveva essere il diario di una casalinga precaria e sta diventando il diario di una casalinga a tempo indeterminato, ma va bene lo stesso, la mia nottata è buia e non passa come tante altre e non dico che mal comune mezzo gaudio ma dico solo che ogni tanto, spesso, intercettare migliaia di persone e miliardi di bit, trovare delle lacrime trattenute dentro discorsi comuni, ecco non fa piacere no, ma rende umani in un mondo che predilige le arance meccaniche. ritrovare un po’ di umanità corrisponde a un buon risultato portato a casa. a mio avviso).

la prima volta che ho scritto qui (nella mia camera viola, nella mia camera iperbarica, nel mio sintagma de-semantizzato) è stato un karakiri. un gesto contro me stessa. non c’è niente di più repellente per me di raccontare le cose come stanno, non c’è niente di più ammorbante di conoscere perfettamente le mie deformità esistenziali. le conosco talmente bene che non ho bisogno di parlare con me stessa, mi faccio l’occhiolino da sola. eppure è questo quello che mi caratterizza, in questa stanza viola lunga due anni e larga una vita dove mi sento sempre a casa (io, che ho taumaturgiche remore di fronte al concetto di “casa”): ho imparato a chiamare le cose con il proprio nome. compreso il mio.
il viola è diventato il colore del cambiamento mondiale, esattamente quello che io cerco per me, da due anni, e che continuerò a cercare, con una (anzi mille) paure in meno. perché se dovesse arrivare davvero, il cambiamento, non lo scaccerei più come un alveare di insetti innocui ma orribili. al contrario, mi tufferò in questo alveare.
perché due anni che son qui, e solo una cosa non l’ho mai scritta e ora la scrivo: se è vero che il lavoro crea le cosiddette deformazioni professionali, la “casalinghitudine precaria” mi insegna a guardare meno le stelle, perché potrebbero rivelarsi cadenti, e a dare più attenzione alle storie altrui, che poi sono proprio le mie.
cp
se non ci fosse stato gabriele muccino sarebbe un'età come un'altra. infatti, potendo,sarei volentieri scappata in nordeuropa, oggi ,che compio 30 anni. a copenaghen o ad amsterdam o a berlino dove se compi 30 anni a momenti non ti fanno gli auguri invece qui, in italia, tante volte lo ripetono che tu ne hai già 120, di anni.:
30 anni!
30 anni!
30 anni!
30 anni!
come se solo per il fatto di compierli, tu possa inventare il vaccino contro l'aids o bloccare le guerre mondiali .
sono convinta, da 15 anni, di una cosa. ma siccome sono cresciuta in una famiglia in cui mi hanno insegnato che parli solo se sai, allora finora sono stata ufficialmente zitta. ma ora, ora che ho 15 anni di carriera con i cosiddetti maschietti, ho il diritto di poter dire loro, non a tutti, solo a quelli che ho frequentato, che frequento e che non frequenterò:
- non affannarti, all'inizio.
- non bombardarmi di messaggini diabetici
- evita di pronunciare parole come amore tesoro prima di sapere quanti anni ho o cosa mangio quando sono depressa. è prematuro. non ci crede nessuno. voglio dire è come fare i complimenti alla cuoca prima di assaggiare quello che ha cucinato. il risultato a volte potrebbe essere che vi viene una colica, che il pranzo non sapete sostenerlo, e credetemi non è gentile continuare a dire che il patè era eccellente mentre vi traforano con la lavanda gastrica.
calma, calma. calma. prima di parlare collega il cervello alle mani e alla bocca prima di dire: con te andrei dovunque.
soprattutto se poi ti chiedo di accompagnarmi a vedere un film e fat la faccia di uno a cui ho appena chiesto: ti va di scuoiarmi tutta e poi ricucimi con il filo interdentale usato?
calma, leggi un libro di pierre choderlos de laclos o meglio leggi il libro di una donna, scritto da una donna. vedrai che a volte, a volte, non è il frutto di una mente che se le fai gli occhi dolci mentre le racconti che c'è un asino in cielo, ci crede. a meno che tu non sappia volare.
cp
questa mattina mi sono svegliata all'alba, sotto le nuvole limpide, e mi è venuta una gran voglia di pregare. ma non sapevo a chi rivolgermi.
ho fatto mente locale, come si dice, e niente. file vuoto. così, ho fatto colazione come tutti i giorni, con lo stesso magone di sempre e ho ripensato a ieri. ieri quando ho visto uno speciale su sky dove intervistavano gli alitaliani sull'orlo del precipizio. a un certo punto, in tv, una ragazza, avrà avuto poco più della mia età ma con due figli in più, si è messa a piangere. io l'ho seguita a catena. solo che lei piangeva con il singhiozzo e sembrava che si stesse strozzando, io invece piangevo e basta, ma un pianto denso. piangevo e pensavo che nessun essere umano merita di ridursi così. pensavo che quelle sono lacrime di guerra: piangere per un lavoro a cui non si ha più diritto, un lavoro che magari quando ha accettato odiava, che la porta lontano dai figli e dai cari, che le avvelena il fegato, che la invecchia, che la rende irascibile e che nonostante tutto questo resta un buon lavoro, la cosiddetta dignità personale. pensavo a tutto questo e piangevo tanto. senza fermarmi. anche se in tv ormai passavano le previsioni meteo. mi sono fermata un momento e mi è venuto in mente che piangevo anche per un altro episodio a cui ho assistito la settimana scorsa: una signora con una bambina stretta nella mano sinistra e un bambino che si stringeva alla sinistra della sorellina, prendeva dei biscotti mulinobianco dallo scaffale e li infilava nella sua borsa. nessuno se ne è accorto. io sì. non ho detto niente. in verità ho assistito a una scena che, fossi stata una persona meno sbadata, non avrei visto. (io non ho nulla a che fare con il reparto biscotti e dolciumi del supermercato, solo che mi perdo e succede che capito in reparti, e dunque in situazioni, in cui mai avrei creduto di trovarmi, come in mezzo agli scaffali delle famiglie felici mulinobianco.) ho fatto come se e sono stata zitta, mentre seguivo la signora scivolare via dal supermercato con i suoi due sacchetti di biscotti chimici e iperglicemici.
intanto, mi è rimasta questa voglia immensa di pregare. girovago nella mia testa, cerco idoli e dei. il file rimane vuoto e dunque ho deciso di pregare me stessa chiedendomi di prendere solo il meglio di questa settimana nella quale ricomincio ufficialmente:
a lavorare e dunque a spostarmi,
a viaggiare in treni fetenti,
a dormire dentro lenzuola di naftalina,
a cercare un angolo di città che possa farmi sentire a casa,
a fotografare scritte insolite sui muri e a immaginare che un giorno le farò vedere alle mie amiche e rideremo insieme,
ad inzuppare madeleine dentro tazze bollenti di thé alla vaniglia.
cp


